Archivio per Giugno 2008

AnsIa


Cronaca di ieri.
Ore 12.47: Berlusconi alla assemblea Confesercenti, «Giudici politicizzati sono il cancro del Paese».
Ore 17.41: dura risposta del Consiglio Superiore della Magistratura, «La blocca-processi viola la Costituzione».
Ore 23.36: crolla un soffitto del Tribunale di Milano, dove è in corso il processo Mills con imputato il Presidente del Consiglio.

Prove tecniche di onnipotenza.

Escuse me


Alcune settimane fa, immerso nell’immondizia elettorale napoletana, Berlusconi aveva affermato che, quando incombono grandi emergenze, rispettare la legge può diventare opinabile. In sostanza, il pensiero del Cavaliere può essere espresso così: ci sono uomini e situazioni che vanno oltre le regole; regole che sono poi nient’altro che delle reti vetuste a cui stanno ancorati i burosauri del diritto, che si allisciano la barba e pontificano su come salvare il mondo ma non muovono un dito per farlo. È un po’ la stessa cosa che ha detto Giulia Di Nicuolo, “ispettore tecnico d’inglese” alla commissione del Ministero della Pubblica Istruzione. La Di Nicuolo è stata autrice di una prova d’esame per le scuole superiori che ha fatto drizzare i peli della schiena un po’ a tutti: agli studenti della maturità che hanno dovuto tradurla, e agli insegnanti oxfordiani d’Italia, che hanno avuto un calo di zuccheri quando hanno visto sui testi ministeriali il genitivo sassone senza apostrofo. «Il brano che ho proposto non è scorretto – ha detto la Di Nicuolo – Si tratta di “global english” e quindi di una lingua “colloquiale” ma non per questo sbagliata. Chi mi critica è ancorato ad un modello accademico di inglese che non risponde più alla realtà».

Katia Petruzzi, coordinatrice del comitato di preparazione degli esami, è stata messa in pensione con un gustoso vitalizio dal ministero, che le ha espresso «i più profondi ringraziamenti per anni di dedizione alla professione di ispettrice e di illustre grecista». La Di Nicuolo rischia ancora il licenziamento, ma la sua collega Anna Piperno, ispettrice di lingua italiana, sembra se la caverà con uno schiaffetto sulle mani nonostante l’orrore visto nella prova di italiano: la scelta di una poesia di Montale dedicata ad un uomo in cui si chiedeva di analizzare “la funzione ispiratrice della figura femminile” sarà considerata alla stregua di una banale distrazione. Berlusconi, c’è da scommetterci, governerà ancora un bel po’. Intanto, si salvano anche pirati della strada e stupratori faticosamente arrestati negli anni precedenti al 2004: hanno visto i loro processi slittare a data da definirsi grazie al decreto “blocca-processi”.

Dimentichiamo qualcuno? Ah sì, gli studenti della maturità. Grazie agli strafalcioni delle commissioni, passeranno praticamente tutti, anche se avranno scritto sulla prova d’inglese “escuse me”. Hanno sbagliato, certo, ma chi può biasimarli più?

AnsIa


WASHINGTON – Ieri ha debuttato negli Usa ProPublica.org, una task force di segugi del giornalismo che metteranno i loro scoop gratis sul web o regaleranno le loro inchieste al giornale o alla rivista su cui prevedono di avere la maggior cassa di risonanza. ProPublica.org ha una missione: concentrarsi sul giornalismo che getta luce sullo sfruttamento del debole da parte del più forte e sulle azioni di quanti tradiscono la fiducia riposta in loro dal pubblico. «Abbiamo sentito come un dovere morale far partire questa iniziativa in un momento difficile per l’editoria americana – spiega Paul Steiger, che per 16 anni è stato direttore del Wall Street Journal a cui ha fatto vincere ben 16 premi Pulitzer – Oggi molti giornali negli Stati Uniti tagliano i fondi ai reporter investigativi: nel 2005 il 37% dei giornali americani non aveva un reporter investigativo a tempo pieno nello staff».

Pronta reazione dei 37 giornalisti investigativi italiani, che per non essere da meno hanno subito chiesto al loro editore di avere più fondi per il loro lavoro. La segreteria di Arcore, per ora, li ha messi in attesa.

Fuori dall’eternità in 15 minuti


Sparare proiettili di gomma contro un tram dal balcone di casa. Prendere a schiaffi l’insegnante di liceo. Fare corsi folli in autostrada. Stendersi sotto un treno in corsa. Distruggere un edificio pubblico a suon di mazzate. Sempre ovviamente armati di videofonino. Queste sono solo alcune delle imprese che giovani di varia natura e intelligenza hanno messo in atto negli scorsi giorni per vedersi popolari nel web. Nell’arco di tre generazioni, la fame per la fama – che prima ancora forse non c’era – si è sviluppata a dissolvenza incrociata. I nostri nonni tutt’al più potevano sognare di diventare star del cinema; un mondo magico e lontano, dove era difficilissimo entrare ma, una volta dentro, la gloria – almeno per qualche anno – era assicurata. I nostri genitori forse hanno sognato la televisione, i quiz a premi, i primi talk show; luoghi più accessibili del cinema ma dalla visibilità decisamente più passeggera: appena quel giorno sulle tv nazionali e poi qualche settimana di popolarità al ritorno al proprio paesello. Oggi i più giovani per scalare la ribalta sognano YouTube, dove per entrarci non ci vuole niente ma farsi davvero notare nel mare magnum degli aspiranti starlette alla caccia dei loro “15 minuti di gloria” è un’impresa. La cresta dell’onda si assottiglia e così, essendo da sempre il talento quella che gli economisti chiamerebbero una “risorsa scarsa”, molti per raggiungere l’obiettivo della visibilità deviano sulla volgarità e sulla violenza.

Ma non è nemmeno la prospettiva di dovere in futuro salire sul tram con l’elmetto per evitare le pistolettate dei giovani “morti di fama” la preoccupazione peggiore. Lo è invece il fatto è che nello spazio di cinquant’anni i sogni di gloria degli imberbi italiani siano passati dal diventare scrittori, studiosi, musicisti, attori di fama mondiale a vandali il cui unico scopo utile è dimostrare quanto spettacolarmente effimera sia la popolarità. Appunto: popolarità, non gloria. Probabilmente, ai nostri sedicenni di diventare i nuovi Pasolini, Warhol, Al Pacino non gliene frega niente; questa è la parte peggiore. Sono idee che sferragliano via sopra la loro testa alla velocità del treno in corsa sotto cui si stendono con un telefonino alla ricerca del loro attimo di celebrità.

Quattro cani

Rovereto non è cittadina da soddisfazioni leghiste. Pur nelle nordiche e fiere alture del basso trentino può succedere a qualche camicia verde di tornarsene a casa con le pive nel sacco. Venticinque entusiasti difensori della quiete pubblica (che a Rovereto, immersa com’è nelle montagne, comunque non manca mai) sono dovuti negli scorsi giorni tornarsene a casa dopo un paio d’ore di passeggiata marciante. La ronda in difesa dei sonni degli onesti cittadini di – alta – razza Piave era fallita. Eppure, i venticinque entusiasti non pretendevano molto: non che si chiedesse la grazia di un passante con la pelle sospettosamente scura, ma almeno un qualche scalmanato che deturpa un muro, o qualche avventore che aveva brindato con troppa grappa. Invece, nulla. “Qui fuori non c’è un cane”, si è infine risolto a sentenziare sconsolatamente uno dei venticinque nel buio silenzio delle valli notturne. O meglio: qualche cane c’era. E ogni tanto abbaiava, pure. Ed ecco allora che la più avanguardista tra le menti del Carroccio, Giancarlo Gentilini, è intervenuto a difesa degli entusiasmi dei suoi compagni di partito roveretani. E il nuovo obiettivo è presto trovato: “da noi non vogliamo cani di razza straniera: solo fidi esemplari di razza padana, più rispettosi della nostra economia floreale”, ha annunciato il prosindaco di Treviso.

Acclarato che i cani stranieri sporcano di più, sorvolato sul fatto che i quadrupedi non possono esibire chiare appartenenze nazionali – a parte qualche sfortunato setter inglese o pastore tedesco che però, accipicchia, sono comunitari – si attendono ora le ronde degli accalappiacani padani. Dopo di che, basterà mettere alle bestie infingarde un passaporto illegale al collare e cogliere uno di loro in flagrante mentre cerca di rubare un bambino. Poi, il gioco sarà fatto: Rovereto tornerà quieta e solitaria come una tomba sotto le stelle delle notti alpine. O almeno fino a quando a qualche grillo ruba-bambini o a una rana batrace immigrata clandestinamente non venga in mente di rovinare di nuovo tutto.