Archivio per Settembre 2008

Too much of anything…

«Pensavo che voi italiani foste innamorati di calcio, mi sa che invece siete innamorati più di show televisivi e di professionisti che evidentemente sono poco preoccupati per la qualità del vostro calcio. Stanno tutti a pensare allo spettacolo calcio e nessuno pensa allo sport». Ogni tanto, serve il visitatore straniero un po’ arrogante per mollarti un bel ceffone e farti realizzare che no, così non va bene, e che sarebbe ora di cambiare. Lo straniero un po’ (tanto) arrogante di turno si chiama Josè Mourinho, neo-allenatore dell’Inter e col suo permesso prenderemmo volentieri la sua diagnosi sul conclamato caso del calcio per applicarlo anche ad altri campi. Dalla politica allo spettacolo; dall’economia alle relazioni sociali; ovunque il coté sembra aver ragione della sostanza. Persino nella scienza oramai sembra contare più il contenente del contenuto, e un articolo di un signor nessuno sulla prossima fine del mondo finisce per sopravanzare nelle cronache la rigorosa ma noiosa ricerca che potrebbe cambiare le nostre vite. Non è cultura dell’apparenza; è solo fame di polemica. Così come un completo della Carfagna sembra contare più di una contrattazione internazionale per la liberazione di ostaggi, così le dichiarazioni di fine partita del mister sembrano avere più peso nelle chiacchiere del giorno dopo di una bella azione sulla fascia.

Gli americani, che pattinano sul superfluo da più tempo di noi e quindi sono appena un po’ meno sprovveduti, nel giro di una settimana si sono innamorati di Sarah Palin e poi l’hanno lasciata in panchina. La ragione? E’ troppo “niente” per essere qualcosa. Però se fosse stata anche brutta se ne sarebbero accorti prima.

AnsIa

E va bene, forse non ci fa fare bella figura, forse rappresenta un disastro italiano, ma comunque è un pezzo di storia del nostro Paese, ed è giusto battersi per la sua italianità ed esportarla nel mondo. «Gomorra» eh, mica Alitalia.

Apocalittici integrati

La stragrande maggioranza della popolazione mondiale non lo sa, ma un gigantesco maremoto provocato dal distacco di un blocco vulcanico di 500 chilometri sta per devastare il nostro pianeta e distruggerà tutti i Paesi sulle coste dell’Atlantico. Gran parte della gente lo ignora, ma d’altronde questa è l’ovvia conseguenza della folle politica della Cia e dell’esercito degli Stati Uniti che, all’oscuro del mondo, dopo aver architettato il falso attacco alle Torri Gemelle da tempo stanno eseguendo nuovi test di fissione nucleare nel sottosuolo dell’isola di La Palma. Il più delle persone non ne è a conoscenza, ma con questo maremoto si confermerà l’antichissima profezia Maya che vaticinava la fine del mondo il 21 dicembre 2012, scoperta da un esploratore massone nella metà dell’ottocento e custodita gelosamente dall’Ordine per molti anni, in quanto credevano che potessere essere la prova della discendenza diretta dei cavalieri templari dai dinosauri, che ovviamente erano degli alieni.

L’apocalittismo e il complottismo nel web attecchiscono come la muffa sul gorgonzola. Basta girare qualche pagina che si ha a che fare con siti «sideways» della verità a buon mercato. Utilizzano la «libertà» di internet come giustificazione per scagliarsi contro il presunto imperante controllo dei media pubblici, che non vogliono far sapere al mondo la verità; parlare del disastro imminente. Anche un gruppo di noiosi scienziati che giocano all’hula-hoop con i neutrini sotto le montagne della Svizzera bastano per fare scatenare profezie da Armageddon. Ma che bisogno c’è di flirtare con l’apocalisse quando i ghiacci si sciolgono, le foreste vanno in fumo, le borse precipitano, bombe atomiche vanno in mano a pazzi col dito sul bottone rosso e il nostro mondo va a pezzi? La realtà fa meno paura della fantasia? Siamo dei tossico-dipendenti della paura, così quando non ce le rifilano i notiziari ce l’andiamo a cercare? O ci scherziamo sopra avendo mangiato al foglia, perchè abbiamo capito che il nostro mondo non è così brutto come sembra?

Comunque sia, rischiamo di subire la fine del mondo mentre guardiamo un film catastrofico alla tv.

AnsIa

ROMA - Alitalia nel caos. Cade la cordata Cai (Compagnia Aerea Italiana). Il Cai (Club Alpino Italiano): «Dilettanti».

StrumentalizzAzioni

«Non strumentalizziamo». Il politichese italiano si sta arricchendo di una nuova, affascinante, parola salvifica. «Strumentalizzazione»: sa un po’ di politica old-faschion, un po’ di neologismo tecnologico da yuppie rampante. Ha un suono a dir poco suadente – sa un po’ del “supercalifragilistichespiralidoso” dei salotti buoni - e la caratteristica che i politici preferiscono: stordisce l’ascoltatore. E’ una panacea fantastica se ci si vuole cavar fuori da un argomento spinoso. Nessuno vuole essere accusato di «strumentalizzare», anche se non sa esattamente cosa voglia dire. Così, la Gelmini – che vedendo gli insegnanti listati a lutto e vestiti di nero avrà pensato che qualcuno avesse equivocato e i grembiuli fossero andati agli insegnanti invece che agli studenti – ha avvisato di non «strumentalizzare» i bambini per protestare contro la sua riforma; alcuni esponenti di An hanno invitato a non «strumentalizzare» le simpatie del ministro La Russa per i repubblichini di Salò; la Lega ha tuonato contro chi cerca di «strumentalizzare» la morte di Abdul, giovane di pelle nera ucciso a sprangate a Milano.

Ma quando la Lega propone di chiudere le frontiere e suggerisce campagne venatorie contro gli immigrati di colore, non menziona forse gli sbarchi di quei disgraziati in cerca di fortuna dall’Africa? Non usa quei volti, quelle immagini, per proporre una linea politica al fine di fare consenso? An non richiama sottilmente al fascismo nelle sue convention per allargare la propria base di voto? Quando la Gelmini dice che la sua riforma «è per gli studenti», non li utilizza forse per i propri scopi, senza che questi vengano effettivamente interpellati?

«Considerare qcs. o qcn. come uno strumento servendosene per i propri scopi». Questa la definizione che il De Mauro dà di «strumentalizzare».  Un «vedi: “politica”» sarebbe andato bene lo stesso.

AnsIa

ROMA - I giornalisti a Berlusconi: «E’ antifascista?». Risposta: «Penso a lavorare». I giornalisti alla Finocchiaro: «L’opposizione che fa?». Risposta: «Continuiamo a lavorare». Sono i giornalisti che lavorano poco.

AnsIa

CAGLIARI - Ratzinger: «Servono nuovi politici rigorosi che rappresentino il popolo». FInalmente gli italiani di sinistra si possono riconoscere nelle parole del Papa.

GelmInItaly

E’ bufera intorno al ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini, rea di fronte all’opinione pubblica di essere andata, ai tempi del suo esame per l’avvocatura, a caccia di voti bassi in Calabria. Proprio lei che negli scorsi giorni si era scagliata contro le scuole e università meridionali, viaggiò da Brescia a Reggio Calabria per affrontare la più ”generosa” commissione meridionale (l’anno prima aveva promosso il 94% dei candidati). Lei che ora si batte per il lavoro duro, il rigore in classe, i voti intransigenti, a suo tempo prese una scorciatoia. Insomma, predica bene e razzola(va) male. Decisamente troppo per l’affettata opinione pubblica italiana.

Ma sono giuste tante critiche? La Gelmini ha forse la sola colpa di essere stata un po’ sprovveduta (non lo sapeva, ai tempi delle selezioni di Reggio Calabria, che una donna di bell’aspetto tra le fila del popolo di Berlusconi ha eccellenti possibilità di ritrovarsi tra le mani un dicastero?). Il fatto che abbia preso parte ad una prova che non era truccata ma poco ci mancava, non smentisce la neo-ministro, ma anzi non fa che confermare le sue prese di posizione sui ritardi e le disparità all’interno dell’Istruzione italiana. E’ andata dove era più facile passare? Bene, perchè non avrebbe dovuto farlo? Se al tempo esistevano disparità all’interno del sistema non era certo colpa sua, ma di una amministrazione italiana per troppo tempo incapace: non si può fare male il proprio lavoro e poi sperare che la gente non approfitti delle tue falle. Quella della Gelmini non è stata malizia, ma solo furbizia: quella scaltrezza necessaria per sopravvivere in un Paese dalle carenze e ingiustizie clamorose; le stesse carenze a cui ora l’avvocato-ministro cerca di opporsi.

Tutte argomentazioni solide e perfettamente condivisibili. Solo se si è italiani, ovviamente.

AnsIa

VERONA: Maroni: «Non riusciamo a punire adeguatamente i tifosi violenti». Suggerimento: provate ad immaginarli zingari.

Eco-falle

Ogni tanto capita di poterci tirare su. Mentre scorriamo il giornale tra orsi polari che fanno il tip-tap su iceberg grandi come zollette di zucchero, la foresta amazzonica che sparisce allo stesso ritmo della sinistra italiana e uragani che scendono sull’America come giapponesi su Disneyland, capita la notizia della scoperta scientifica che tira su il morale. Forse non lo avrete notato ma spesso, proprio mentre le immagini del suicidio ecologico globale invadono i nostri schermi, ecco che arriva anche la notizia analgesico-scientifica: navi che sprigionano nuvole capaci di arrestare l’effetto serra Link; avveniristiche centrali solari nel Sahara che potrebbero illuminare tutta l’Europa; coltivazioni oceaniche di minuscoli gamberi in grado di “bruciare” anidride carbonica e produrre ossigeno. Sono notizie ecologiche incoraggianti, spesso ambiziose, quasi sempre frutto di genio. Il loro messaggio è sempre lo stesso: «La soluzione c’è, è economicamente competitiva e porta grandi benefici a lungo termine».

Questo tipo di notizie hanno generalmente due effetti sui lettori: li rassicurano e li fanno incavolare. Da una parte, infatti, la concreta speranza di vedere un domani le nuvole di smog andarsene o il Sahara trasformarsi in giardino serve a oltrepassare il pessimismo del lunedì mattina. Dall’altra, però, indispettisce pensare che il rimedio sia pronto ma rimanga sempre sulla carta; una semplice curiosità invece che una soluzione ad un dramma globale. «Cosa costa ai nostri governanti spendere quei 200 milioni per piazzare qualche specchio nel Maghreb?» ci si chiede. «Invece di un’altra nave da crociera extralusso, perché non costruiamo queste barche salva-ambiente?». Domande lecite, a cui si può rispondere coi soliti sospetti – politici incapaci, compagnie petrolifere troppo potenti, ricchi industriali che non vogliono cambiare – o qualche inedito dubbio – e se le ricerche fossero troppo ottimiste? -. Ma proviamo a pensare a cosa accadrebbe se fossimo smentiti. E se davvero in un domani molto prossimo la tecnologia riuscirà a tirarci fuori da quell’impaccio dove progresso e mala umanità ci hanno portato? Riusciremo davvero a smettere di farci del male? O sarà un’altra scusa per continuare il suicido globale con l’anima bella? Finiremmo per aver presto bisogna di una nuova «soluzione».

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