Archivio per Marzo 2009

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MILANO – «Il primo ve l’hanno regalato, il secondo non c’era nessuno, il terzo lo avete vinto all’ultimo». Mourinho fa impazzire i tifosi del Pdl parlando degli ultimi governi di sinistra.

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ROMA – Berlusconi: «Con la crisi torniamo a due anni fa». Veltroni: «Magari!».

New Black Jesus

Tra poco Barack Obama diventerà il primo presidente di colore della storia degli Stati Uniti. Meglio: il primo uomo più potente del mondo di razza non caucasica dai tempi di Gesù Cristo. E ogni riferimento è puramente casuale. A questo proposito, vale la pena di ricordare che un tempo, negli anni sessanta, un ragazzotto di colore, dalle movenze strane e dalle mani sporche, per le sue finte sui playground di basket della periferia di Philadelphia fu soprannominato “Black Jesus”, il Gesù nero. Earl Monroe (questo il nome che si ostinavano ad usare solo sua madre e i commentatori bianchi dell’epoca) fece una brillante carriera cestistica, ma rimase sempre un passo indietro rispetto al suo nome. Il suo grandissimo talento, il suo spiazzante fascino non bastarono mai ad uscire dall’ombra lunga delle aspettative di quartiere; ad arrivare al sole dell’eterna gloria. Barack Obama è già nel sole della gloria, e su di lui ci sono le aspettative del quartiere-mondo. Ma – tutti lo pensano, negli angoli nascosti del cuore – lo stesso tipo di ombra che inghiottì Earl potrebbe schiacciarlo.

Cambiare il mondo non è cosa che si può fare facilmente, neanche se si ha la leva d’Archimede giusta. Earl sotto i canestri vinse la sua battaglia, ma perse la sua “missione divina”. Non riuscì a riscattare chi credeva in lui dai marciapiedi di bottiglia rotte, dalle umiliazioni della discriminazione, dalla frustazione di vivere un gradino più in basso. In questo c’è riuscito Obama oggi. Perché da oggi nessun nero d’America potrà più dire di aver fallito perché discriminato: saranno liberi di sbagliare. Ma questa non è la “missione divina” di Obama. Quello a cui noi tutti lo chiamiamo è fare in modo che il mondo non sbagli più. Ma la sensazione è che ora il mondo giri più in fretta, e che l’ombra della meridiana della storia scivoli via sempre più velocemente. Un tempo il mondo si poteva permettere di crocifiggere il Figlio di Dio per salvarsi solo secoli dopo. Forse oggi non si può permettere di fare altrettanto.

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ROMA – Berlusconi annuncia soluzione bipartizan per la crisi di Gaza: «Pronti a mandare Villari a sorvegliare i varchi con l’Egitto».

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WASHINGTON – Hillary Clinton: «Per risolvere i problemi del mondo ci servirà l’aiuto di tanti Paesi. Ma per rovinare quello che di buono è rimasto, ce la facciamo benissimo da soli»

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GENOVA – Gruppo di atei compra la pubblicità sui bus di Genova e scrive che Dio non esiste. La Moratti rilancia: «E ha pure sbagliato su Alitalia».

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LONDRA – Il principe Harry nei guai per aver pronunciato delle frasi razziste. Questi inglesi dalla pelle pallida e la puzza sotto il naso non impareranno mai.

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ROMA – Andreotti: «Ho fatto un patto con Dio per vivere fino a novant’anni». Ah, adesso quello con le corna si chiama “Dio”?

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MILANO – Neve alta sul Nord. A causa del maltempo, gli aeroporti di Linate e Malpensa sono stati costretti a sospendere l’allarme Alitalia.

In memoria di una foto

Una storia a cui tutti vorrebbero dare la parola “fine” non dovrebbe essere una storia che va raccontata. Eppure, le storie di solito portano anche a una morale, ed è forse per questo che spesso ci piace ascoltarle. Le storie potenti, poi, riescono a farsi ascoltare anche quando dividono su tutto. Anche quando il protagonista è diventato tale suo malgrado. Cose del genere succedono quando si discute sui simboli. Eluana Englaro è diventata un simbolo, e sta raccontando la sua storia con la bocca imbavagliata. Lo fa da 17 anni, anche se noi ce ne accorgiamo solo alle periodiche inondazioni umorali dei giornali; ai rintocchi delle scadenze giudiziarie, politiche e clericali che spostano la mareggiata delle nostre emozioni. Politici, prelati, camici bianchi, attivisti e gente comune hanno provato con lei il brivido di solcare gli orizzonti lunghi dell’etica, della filosofia, del diritto, della medicina. Tutti hanno penetrato con forza ostinata e bruciante nel corpo di Eluana per cercare una scintilla su cui da sempre l’uomo si interroga: quella parte di noi stessi che pensa e sogna e che non sapremmo meglio definire se non con l’idea di soffio, aura, vento, ma che romanticamente ci ostiniamo a chiamare “anima”.

Tutti l’abbiamo cercata, quella scintilla, nella speranza di poter sbirciare oltre quella cortina che ci angoscia tutti ma di cui nessuno vuole parlare. La morte che non si quando arriva, da chi arriva e chi la decide. Ma nel cercare la risposta alla nostra domanda, ci siamo scordati che la stiamo cercando tra le fibre spente di una carne morta. Perché questo è Eluana. Una entità perduta invischiata in una ragnatela di piaghe da decubito, ossa svuotate, paralisi, bava alla bocca, occhi riversi e spenti. Nella sua veste rilucente di simbolo abbiamo imparato ad indagare sulla nostra natura tramite le sue foto di donna giovane, bella, sorridente. Il nostro sguardo ha potuto indagare così sfacciatamente nelle grandi e affascinanti domande della vita perché alla superfice liscia di quelle foto ci fermavamo; che se avessimo visto l’orrore della carne putrescente, il tanfo della morte, avremmo distolto lo sguardo.

Teniamoci le fotografie, e continuiamo pure ad indagare. Ma si sappia che non stiamo più parlando di Lei. Eluana è morta da quando non ha più potuto raccontare la sua storia. E dal momento che è sua, come ho già detto non dovrebbe essere una storia che va raccontata.

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