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New Black Jesus

Tra poco Barack Obama diventerà il primo presidente di colore della storia degli Stati Uniti. Meglio: il primo uomo più potente del mondo di razza non caucasica dai tempi di Gesù Cristo. E ogni riferimento è puramente casuale. A questo proposito, vale la pena di ricordare che un tempo, negli anni sessanta, un ragazzotto di colore, dalle movenze strane e dalle mani sporche, per le sue finte sui playground di basket della periferia di Philadelphia fu soprannominato “Black Jesus”, il Gesù nero. Earl Monroe (questo il nome che si ostinavano ad usare solo sua madre e i commentatori bianchi dell’epoca) fece una brillante carriera cestistica, ma rimase sempre un passo indietro rispetto al suo nome. Il suo grandissimo talento, il suo spiazzante fascino non bastarono mai ad uscire dall’ombra lunga delle aspettative di quartiere; ad arrivare al sole dell’eterna gloria. Barack Obama è già nel sole della gloria, e su di lui ci sono le aspettative del quartiere-mondo. Ma – tutti lo pensano, negli angoli nascosti del cuore – lo stesso tipo di ombra che inghiottì Earl potrebbe schiacciarlo.

Cambiare il mondo non è cosa che si può fare facilmente, neanche se si ha la leva d’Archimede giusta. Earl sotto i canestri vinse la sua battaglia, ma perse la sua “missione divina”. Non riuscì a riscattare chi credeva in lui dai marciapiedi di bottiglia rotte, dalle umiliazioni della discriminazione, dalla frustazione di vivere un gradino più in basso. In questo c’è riuscito Obama oggi. Perché da oggi nessun nero d’America potrà più dire di aver fallito perché discriminato: saranno liberi di sbagliare. Ma questa non è la “missione divina” di Obama. Quello a cui noi tutti lo chiamiamo è fare in modo che il mondo non sbagli più. Ma la sensazione è che ora il mondo giri più in fretta, e che l’ombra della meridiana della storia scivoli via sempre più velocemente. Un tempo il mondo si poteva permettere di crocifiggere il Figlio di Dio per salvarsi solo secoli dopo. Forse oggi non si può permettere di fare altrettanto.

In memoria di una foto

Una storia a cui tutti vorrebbero dare la parola “fine” non dovrebbe essere una storia che va raccontata. Eppure, le storie di solito portano anche a una morale, ed è forse per questo che spesso ci piace ascoltarle. Le storie potenti, poi, riescono a farsi ascoltare anche quando dividono su tutto. Anche quando il protagonista è diventato tale suo malgrado. Cose del genere succedono quando si discute sui simboli. Eluana Englaro è diventata un simbolo, e sta raccontando la sua storia con la bocca imbavagliata. Lo fa da 17 anni, anche se noi ce ne accorgiamo solo alle periodiche inondazioni umorali dei giornali; ai rintocchi delle scadenze giudiziarie, politiche e clericali che spostano la mareggiata delle nostre emozioni. Politici, prelati, camici bianchi, attivisti e gente comune hanno provato con lei il brivido di solcare gli orizzonti lunghi dell’etica, della filosofia, del diritto, della medicina. Tutti hanno penetrato con forza ostinata e bruciante nel corpo di Eluana per cercare una scintilla su cui da sempre l’uomo si interroga: quella parte di noi stessi che pensa e sogna e che non sapremmo meglio definire se non con l’idea di soffio, aura, vento, ma che romanticamente ci ostiniamo a chiamare “anima”.

Tutti l’abbiamo cercata, quella scintilla, nella speranza di poter sbirciare oltre quella cortina che ci angoscia tutti ma di cui nessuno vuole parlare. La morte che non si quando arriva, da chi arriva e chi la decide. Ma nel cercare la risposta alla nostra domanda, ci siamo scordati che la stiamo cercando tra le fibre spente di una carne morta. Perché questo è Eluana. Una entità perduta invischiata in una ragnatela di piaghe da decubito, ossa svuotate, paralisi, bava alla bocca, occhi riversi e spenti. Nella sua veste rilucente di simbolo abbiamo imparato ad indagare sulla nostra natura tramite le sue foto di donna giovane, bella, sorridente. Il nostro sguardo ha potuto indagare così sfacciatamente nelle grandi e affascinanti domande della vita perché alla superfice liscia di quelle foto ci fermavamo; che se avessimo visto l’orrore della carne putrescente, il tanfo della morte, avremmo distolto lo sguardo.

Teniamoci le fotografie, e continuiamo pure ad indagare. Ma si sappia che non stiamo più parlando di Lei. Eluana è morta da quando non ha più potuto raccontare la sua storia. E dal momento che è sua, come ho già detto non dovrebbe essere una storia che va raccontata.

Il gioco del bandito

La sfacciataggine è l’ultima sfumatura della crisi, e il primo passo verso il totale declino. Quando il freno automatico della vergogna cede; quando, nonostante la diffusa riprovazione popolare, chi sbaglia neanche si sforza di celare il suo misfatto; quando la più gettonata giustificazione all’errore è l’alzata di spalle alla “così fan tutti”; vuol dire che, da qualche parte, si ha fallito. Per chi crede che le sottili crepe di superficie non siano eventi occasionali, ma concreti segnali che il ghiaccio sotto i nostri piedi sta rischiando di frantumarsi, questi ultimi giorni hanno mandato parecchi scricchiolii preoccupanti. Il senatore del Pd Nicola La Torre, per esempio, si è sentito di abbandonare la riserva naturale del sottobanco – dove, da tempo immemore, i politici scorazzano liberi – per passare in diretta tv, davanti alle telecamere, un bigliettino ad un senatore che dovrebbe essere suo avversario. Il presidente della Lega Calcio Matarrese, ad un giornalista che gli domandava come mai alla soglia dei settant’anni non avesse ancora fatto largo ai giovani ha risposto: «Hai visto Prodi? Hai visto Berlusconi? L’Italia è così. Non l’hai ancora capito?». Una signora romana e un giovane incappucciato hanno aggredito a favore di telecamera una troupe di giornalisti del Tg1 che stavano svolgendo un’inchiesta sui casi di razzismo, con tanto di minacce di morte. E poi, il culmine. A Napoli, la Camorra smercia e contrabbanda i dvd di Gomorra.

E’ il gioco del bandito. Come ci ricordano i film da far-west, il fuorilegge gira per la città a testa alta solo quando lo sceriffo non c’è. Quei banditi lì, quelli sfacciati, nelle trame erano sempre i più pericolosi: molto più degli indiani che si nascondevano tra le rocce del deserto. E lo erano perché o pensavano di essere nel giusto pur sbagliando, oppure si sentivano al sicuro in una cupola di dorata impunità, lontani da una giustizia mai così poco terrena. In entrambi i casi, finiva sempre a pistolettate e con qualche morto.

L’autunno del presidente

Povero Silvio, ha ragione: non lo capiscono. Una volta erano solo gli odiosi comunisti, ora il mondo intero. Solo che adesso è peggio: prima era l’odio, poi è arrivato il dileggio e ora, ultimo stadio, la noncuranza. Insopportabile per un uomo che ha fatto dell’essere al centro dell’attenzione una ragione di vita. Lo dimostra anche la battuta che ha fatto ieri in visita ufficiale al Cremino di Mosca, con cui ha definito il neo-presidente degli Usa Barack Obama come «giovane, bello e abbronzato». Il fatto è proprio lì: quell’aggettivo. No, non quell’«abbronzato» che ha fatto gridare la sinistra italiana al razzismo strisciante (una reazione che ha dimostrato come da noi, a dispetto che altrove, la questione razziale non è superata. Lo sarà solo quando ci si potrà scherzare sopra). L’aggettivo chiave è «giovane». Barack Obama è giovane e, il mondo, bontà sua, lo sta finalmente diventando. Silvio no. Nonostante i trapianti di capelli, gli atteggiamenti da guascone, i vestiti da bodyguard da discoteca, il tempo sta passando anche per lui.

Nei prossimi anni il mondo sarà governato da rampanti quarantenni (Obama, Medvedev, Cameron) o al massimo neo-cinquantenni (Sarkozy, Merkel). Gente per cui il computer è naturale come il rock. Gente che è cresciuta col mondo diviso in due e ha vissuto il suo sogno di primo adulto con un muro che cade. Gente che ha visto solo il cinema a colori. Gente che da giovane ha spintonato per entrare nell’autobus del potere, mentre da noi in Italia le porte restavano bloccate. Gente che non può più ridere alle battute da pianista di crociera di un settantaduenne.

Silvio – lo ha detto – vorrebbe dar loro consigli, fare il vecchio saggio. Ma i “giovani” sono già saggi, ed è stato insegnato loro che dei vecchi non si ride. Neanche quando si rendono ridicoli. Alla peggio, non li si prende sul serio. Ed è quello che sembra intenzionato a fare anche Obama, visto che oggi ha telefonato ai premier di Russia, Francia, Germania, Inghilterra, Giappone, Corea del sud, Israele, Australia, Canada e financo Messico per organizzare il nuovo mondo. La segreteria di palazzo Chigi è rimasta muta come l’apparecchio di un pensionato rimasto solo d’estate, e a cui i nipoti in vacanza non chiamano. Fuori comincia la festa, e noi rischiamo di non avere neanche il respiratore per scendere le scale.

AtTentati

Conoscendo l’uomo, magari ci sarà rimasto un po’ male. Oltreoceano, due ragazzotti con idee imbecilli ordivano un piano per uccidere Obama, e il senatore dell’Illinois si è guadagnato, insieme ai due ottenebrati, un posto in primissima pagina in tutti i quotidiani italiani. Invece lui, Silvio Berlusconi, che di minacce in questi giorni ne ha ricevute più di duemila, ha dovuto accontentarsi di qualche trafiletto. Due giovani, infatti, hanno creato su facebook un gruppo chiamato “uccidiamo Berlusconi”, e in pochi giorni hanno già ottenuto migliaia di iscritti.

D’accordo, da una parte ci sono fucili veri e dall’altra solo raffiche di byte ormonali, ma le due incursioni giovanili avevano entrambe le stesse chance di successo di una riforma ecologica nel nostro Paese. Basti dire che il piano dei due acutissimi filo-nazisti americani era di girare per gli States come polli decapitati e uccidere persone a caso, concludendo il tutto con un assalto in macchina contro un corteo del senatore afroamericano, che sarebbe stato freddato sparando dal finestrino dell’auto in corsa. Scemenze contro scemenze, insomma. E allora perché questa disparità mediatica? Perché siamo più spaventati all’ipotesi di attentato ad un candidato di un altro Paese piuttosto che al nostro capo del Governo? Perché a Obama i titoloni e a Silvio le “brevi”?

Alla domanda, ovviamente, si potrebbe rispondere in moltissime maniere: soprattutto sarcastiche o spiritose. Ma la vera risposta potrebbe essere molto più seria. Da che mondo è mondo, l’uomo si spaventa quando viene privato del futuro: del passato solitamente non sa che farsene e del presente neanche se ne accorge. Il nostro Paese ha una sete smodata di futuro. Sbatte la testa contro le mura di una stanza buia, non sapendo dove andare, senza trovare vie d’uscita dall’eterno ritorno del – berlusconiano – uguale. Ecco perché anche una gocciolina di rinfrescante speranza di cambiamento qui viene accolta come fosse una pioggia tropicale. Ecco perché, da diversi mesi a questa parte, da noi Obama è sempre in prima pagina, mentre gli altri Paesi (tra cui la stessa America) al piano omicida dei due neo-nazi hanno dato ben poco risalto. Obama è tutto quello che qui noi non abbiamo: è giovane, determinato, parla chiaro e fa parte di una minoranza. E proprio per questo, probabilmente se si candidasse in Italia non lo voteremmo mai.

 

AnsIa

PARIGI - Truffato on-line il presidente Sarkozy. L’Eliseo: «Rubata una cifra irrilevante». Per lui.

Singhiozzi di Eco-nomie

Forse, quando molti anni fa i cinesi pensarono di usare lo stesso ideogramma per le parole “crisi” e “opportunità”, pensavano ad un momento come questo. Quello, o ad un piano per far esplodere le caselle mail di tutto il mondo, vista la quantità di catene di sant’Antonio che oramai spacciano questa frase come neanche dei pusher ad un rave party. Evidentemente, tra le virtù orientali si annovera anche la chiaroveggenza, visto che probabilmente sarà proprio la Cina l’unico paese dalle gambe abbastanza forti da reggere alla mareggiata finanziaria che promette di spazzare via buona parte delle economie di tutto il mondo. Ma forse anche chi ora pensa di ballare sul filo del precipizio troverà un’occasione di rinascita da questo disastro.

Pensateci: in virtù della recessione causata dagli spettacolari esercizi acrobatici di qualche «miles gloriosus» del titolo in borsa, nei prossimi anni si ridurrà enormemente la quantità di consumi. Si compreranno meno macchinoni e si preferirà andare a piedi. Il numero di orti nel giardino dietro casa aumenterà esponenzialmente. In molti si faranno amici dei contadini e portare un cavoletto in tavola non produrrà più tanto biossido di carbonio quanto una nave da crociera. E magari a qualcuno verrà anche l’idea di installare un pannello solare sul tetto. Ci saranno meno tir sulle strade, meno palazzine nelle periferie, meno pellicce nelle vetrine. La convenienza dell’ecologia potrebbe finalmente emergere da quel mare di vita a scomodità ridotta che fin qui l’aveva affogata.

Un’opportunità c’è davvero, se ci si abbandona ad un modello diverso. L’Italia, però, da campione di tutti i paesi “vecchi”, in un schizofrenico scatto di coerenza si sta già facendo notare alla Ue per le richieste di dilazionare gli obiettivi ecologici per il 2020. Come i capitani di una volta, vogliamo affondare con la nave che ci ha portato fin qui, e la guardiamo scivolare lentamente verso l’abisso nel silenzio. Un tempo però il capitano rimaneva, ma l’equipaggio e i passeggeri se la battevano a remo spiegato. Magari potrebbero aprirci i portelloni, che qui c’è qualcuno che vorrebbe scendere.

AnsIa

ROMA - Il Papa rassicura i fedeli: «I soldi vanno e vengono, solo la parola di Dio è solida». Infatti, come le azioni lehamn Brothers, prima della crisi di fiducia nella Chiesa degli ultimi 50 anni, il suo rating era AAA.

Too much of anything…

«Pensavo che voi italiani foste innamorati di calcio, mi sa che invece siete innamorati più di show televisivi e di professionisti che evidentemente sono poco preoccupati per la qualità del vostro calcio. Stanno tutti a pensare allo spettacolo calcio e nessuno pensa allo sport». Ogni tanto, serve il visitatore straniero un po’ arrogante per mollarti un bel ceffone e farti realizzare che no, così non va bene, e che sarebbe ora di cambiare. Lo straniero un po’ (tanto) arrogante di turno si chiama Josè Mourinho, neo-allenatore dell’Inter e col suo permesso prenderemmo volentieri la sua diagnosi sul conclamato caso del calcio per applicarlo anche ad altri campi. Dalla politica allo spettacolo; dall’economia alle relazioni sociali; ovunque il coté sembra aver ragione della sostanza. Persino nella scienza oramai sembra contare più il contenente del contenuto, e un articolo di un signor nessuno sulla prossima fine del mondo finisce per sopravanzare nelle cronache la rigorosa ma noiosa ricerca che potrebbe cambiare le nostre vite. Non è cultura dell’apparenza; è solo fame di polemica. Così come un completo della Carfagna sembra contare più di una contrattazione internazionale per la liberazione di ostaggi, così le dichiarazioni di fine partita del mister sembrano avere più peso nelle chiacchiere del giorno dopo di una bella azione sulla fascia.

Gli americani, che pattinano sul superfluo da più tempo di noi e quindi sono appena un po’ meno sprovveduti, nel giro di una settimana si sono innamorati di Sarah Palin e poi l’hanno lasciata in panchina. La ragione? E’ troppo “niente” per essere qualcosa. Però se fosse stata anche brutta se ne sarebbero accorti prima.

Apocalittici integrati

La stragrande maggioranza della popolazione mondiale non lo sa, ma un gigantesco maremoto provocato dal distacco di un blocco vulcanico di 500 chilometri sta per devastare il nostro pianeta e distruggerà tutti i Paesi sulle coste dell’Atlantico. Gran parte della gente lo ignora, ma d’altronde questa è l’ovvia conseguenza della folle politica della Cia e dell’esercito degli Stati Uniti che, all’oscuro del mondo, dopo aver architettato il falso attacco alle Torri Gemelle da tempo stanno eseguendo nuovi test di fissione nucleare nel sottosuolo dell’isola di La Palma. Il più delle persone non ne è a conoscenza, ma con questo maremoto si confermerà l’antichissima profezia Maya che vaticinava la fine del mondo il 21 dicembre 2012, scoperta da un esploratore massone nella metà dell’ottocento e custodita gelosamente dall’Ordine per molti anni, in quanto credevano che potessere essere la prova della discendenza diretta dei cavalieri templari dai dinosauri, che ovviamente erano degli alieni.

L’apocalittismo e il complottismo nel web attecchiscono come la muffa sul gorgonzola. Basta girare qualche pagina che si ha a che fare con siti «sideways» della verità a buon mercato. Utilizzano la «libertà» di internet come giustificazione per scagliarsi contro il presunto imperante controllo dei media pubblici, che non vogliono far sapere al mondo la verità; parlare del disastro imminente. Anche un gruppo di noiosi scienziati che giocano all’hula-hoop con i neutrini sotto le montagne della Svizzera bastano per fare scatenare profezie da Armageddon. Ma che bisogno c’è di flirtare con l’apocalisse quando i ghiacci si sciolgono, le foreste vanno in fumo, le borse precipitano, bombe atomiche vanno in mano a pazzi col dito sul bottone rosso e il nostro mondo va a pezzi? La realtà fa meno paura della fantasia? Siamo dei tossico-dipendenti della paura, così quando non ce le rifilano i notiziari ce l’andiamo a cercare? O ci scherziamo sopra avendo mangiato al foglia, perchè abbiamo capito che il nostro mondo non è così brutto come sembra?

Comunque sia, rischiamo di subire la fine del mondo mentre guardiamo un film catastrofico alla tv.

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